Una bella giornata di Politica.

Quando si andrà a votare per il referendum avrò da poco compiuto 36 anni, il doppio dell’età di molti dei ragazzi presenti in sala. Ciò significa che ho iniziato a votare da quando loro sono nati, e da allora mi interesso più concretamente di politica. Ebbene, in questi 18 anni la cosa che più ho notato e mi ha dato fastidio da parte del potere politico è stata la corruzione del linguaggio.

Io infatti appartengo alla generazione a cui è stato sdoganato, tra gli altri, il concetto di flessibilità nel mondo del lavoro. Flessibilità, un termine di per sé neutro, che a noi diciottenni e ventenni dell’epoca veniva presentato come modello positivo per il futuro: noi ci immaginavamo padroni del nostro tempo, a dispetto dei nostri genitori costretti a lavorare su turni prestabiliti, per le canoniche otto ore. Noi non avremmo fatto quella fine, noi avremmo sempre avuto nuove possibilità, saremmo stati dinamici e proattivi, termini che ci piacevano anche se erano termini labili, liquidi, di cui ci sfuggiva il senso pieno. Non approfondivamo. Ci hanno disabituato ad approfondire. Ci hanno venduto quel mondo, quel futuro, con la loro distorsione del linguaggio e con la nostra inedia, con il nostro individualismo spinto, abituati a pensare solo alle nostre ambizioni e non alla crescita collettiva della società.

Risvegliatici da quel sogno, ci siamo trovati nell’incubo della precarietà, di un futuro incerto, di banche che non ti concedono mutui e di pensioni che non avremo mai. La flessibilità si è trasformata in precarietà, le nuove opportunità che sognavamo si sono trasformate nella perdita di diritti, di sicurezze sociali, ecc..

Perché dico questo? Perché oggi è in corso una nuova corruzione del linguaggio, ed il dibattito su questo referendum istituzionale ne è un esempio chiarissimo. In questi mesi saremo bombardati mediaticamente da parole come “semplificazione”, “risparmio”, “virtuose”. Si prostituiranno questi termini, si piegheranno al volere del potente di turno.

Si farà passare, ad esempio, il concetto di semplificazione legislativa come panacea dei mali del parlamentarismo italiano. Ma se si semplifica, come sostengono coloro che voteranno sì, l’iter legislativo dei provvedimenti con la fine del bicameralismo perfetto (e – aggiungo io – l’inizio del bicameralismo confuso, visto che nessuno è in grado di sapere con certezza quali e quanti diversi procedimenti dovranno continuare a seguire il ping pong Camera Senato), ciò significa anche che si perderanno dei contrappesi, che si perderà la possibilità di controllo. Ancora di più si perderanno contrappesi democratici se i deputati dell’unica Camera che legifererà sarà eletta con un sistema come l’Italicum, in cui la rappresentanza viene del tutto svilita, mortificata, con un premio di maggioranza abnorme in un sistema tripolare quale è l’Italia e i capilista bloccati scelti dalle segreterie di partito. La semplificazione sbandierata dai sostenitori del sì sarà in realtà una maggiore concentrazione di potere in mano al capo del partito di maggioranza relativa (molto relativa) che sceglierà molti dei deputati e si accaparrerà il 55% dei seggi con percentuali che potranno, al primo turno, essere anche inferiori al 30%, mentre al ballottaggio si correrà il rischio di avere un’altissima percentuale di astenuti, se a quelli oramai fisiologici delle democrazie occidentali si aggiungeranno gli elettori della forza politica arrivata terza al primo turno.

Si prostituirà poi il concetto di risparmio: sostengono che la riforma del Senato, non più elettivo, porterà una minore uscita dalle casse dello Stato. Il risparmio è stato quantificato dalla Ragioneria di Stato in 50 milioni di Euro all’anno. Meno di un caffè annuale per ogni italiano. Per questa cifra irrisoria, tolgono un pezzo di democrazia: i senatori, che continueranno ad avere comunque una voce importante su determinate leggi, quali ad esempio quelle di conversione dei decreti europei, non saranno più eletti dal popolo, ma – non si sa bene come – saranno scelti tra consiglieri regionali e sindaci dei comuni capoluogo. Il risparmio che ci vendono è in realtà una contrazione di diritti democratici.

C’è poi un ultimo termine che viene corrotto da questa riforma, ma forse questa parola è stata stuprata da tempo. E’ l’aggettivo “virtuoso”. Mi spiego.

La riforma modifica il titolo V della Carta Costituzionale, riportando tutta una serie di materie  sotto l’egida esclusiva dello Stato, e toglie la possibilità per le Regioni di legiferare in autonomia su tali materie. Di per sé sarebbe una scelta sensata. Eviterebbe parecchie controversie tra Stato e Regioni. Ma, c’è un ma. L’art. 116, modificato tra l’altro da Calderoli, prevede la possibilità per le Regioni che sono in pareggio di bilancio di poter ancora legiferare su alcuni temi importanti, quali ad esempio la Gestione del Territorio. Un deputato veneto del PD esaltava questo passaggio dicendo che trovava giusto che le Regioni virtuose mantenessero un certo grado di autonomia. Ecco la prostituzione semantica. Cosa significa in realtà “virtuose”, aggettivo che rimanda alla letteratura cavalleresca e alle romantiche storie tra cavalieri e dame provenzali? Virtuose significa ricche. Le Regioni che possono più facilmente raggiungere gli obiettivi del pareggio di bilancio sono le regioni più ricche, non le più virtuose. Sono quelle che hanno maggiori entrate. Sono Veneto, Lombardia, Emilia Romagna. Sono le regioni del Nord ricco, in questa nazione mai nata chiamata Italia. Queste regioni conserveranno autonomia: pensate, ad esempio, al caso in cui il Governo si trovi costretto a scegliere un sito dove stoccare scorie radioattive di vecchie centrali nucleari dismesse: quale sito sceglierà? Quello di una Regione ricca in pareggio di bilancio che avrà potuto legiferare in autonomia che sul proprio territorio non si stoccano scorie radioattive, o quello di una Regione povera che non avrà potuto farlo? Quali saranno i cittadini che avranno meno voce, meno autonomia di scelta?

Personalmente non credo che la democrazia venga messa a rischio – in questo particolare momento storico – da un cambio delle regole costituzionali, né dalle modifiche ad una legge elettorale. La democrazia viene realmente messa a rischio quando il dialogo tra cittadini e governanti si gioca su piani diversi, e la comunicazione del potere utilizza esclusivamente lo strumento della propaganda costante e della truffa semantica. Ecco, è anche per mettere un argine a questa ulteriore deriva del linguaggio, a questa prostituzione etimologica, che il 4 dicembre sarà cruciale votare NO.

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Sant’Arpino ‘mafia-free’

Fare Politica è secondo me la vetta più alta che l’uomo, inteso come essere-sociale, possa ambire a raggiungere.

Personalmente, ho scelto di fare Politica quando ho scoperto di essere meridionale. Il mio punto di vista è quindi quello di un meridionalista, formatosi leggendo Antonio Gramsci, Nicola Zitara, Albert Camus, Pier Paolo Pasolini, Franco Cassano. Nel mio personalissimo pantheon politico ci sono questi autori, essenzialmente.

E’ da questa necessaria premessa che mi accingo a fare delle considerazioni su Sant’Arpino, quale espressione di uno dei tanti e molteplici Sud che si possono riscontrare in Italia.

Partendo dalle tesi di Gramsci e successivamente di Zitara, ritengo il Sud essere tutt’oggi in una situazione coloniale rispetto al Nord. E’ il Nord il centro vero degli interessi dell’economia italiana, vuoi perché – oggi – legato ad un’ Europa germanocentrica che ha dimenticato il Mediterraneo, vuoi ancora per la mancanza di classe dirigente seria ed autonoma al Sud: i pochi partiti rimasti hanno segreterie politiche a trazione settentrionale, i ministri dei vari governi che si succedono sono in larghissima parte settentrionali, ecc.. Non è mia intenzione comunque sviscerare argomenti tanto complessi in questo articolo, ma le successive considerazioni sono a queste ultime legate.

Espressione del colonialismo interno cui è affetto il Sud, è oggi il sempre più stretto legame di interessi tra imprenditoria settentrionale e malavita meridionale, di cui esempio più forte è la drammatica questione della Terra dei Fuochi, un simbolo fumante di tale connivenza. Collante di questi interessi è una classe politica che non riesce a controllare le mille infiltrazioni tentate dalle mafie in colletto bianco, che cercano contatti e consensi, in tutti i partiti, come dimostra anche il caso Quarto. Anche il M5S ha ‘perso la verginità’: qualunquistico dire che tutti sono ladri, ancor più semplicistico affermare l’onestà non come precondizione umana ma come unica condizione e convinzione politica.

Veniamo quindi al punto: per un meridionalista è necessario rompere i tentacoli dell’ infiltrazione delle mafie nelle istituzioni locali, come primo passo del processo di decolonizzazione e liberazione di quei territori del Sud in cui tale collusione (tra mafie in giacca e cravatta e politica corrotta) fa sentire il suo peso più che altrove. Un obiettivo enorme. Non alla portata di una singola amministrazione. Un processo lungo, un percorso controcorrente e in salita.

Per affrontarlo, tale percorso, bisogna utilizzare due categorie razionali, secondo me: l’ingegneria e la pedagogia.

L’ingegneria viene in soccorso perché aiuta a scomporre problemi enormi in pezzi di problemi un po’ meno gravosi. La pedagogia, invece, risulta essenziale perché la tipologia di problemi che si sta affrontando ha bisogno di un continuo scambio di formazioni e informazioni, insegnare e apprendere, tra chi ha dato esempi concreti di resistenza alle mafie, nei nostri territori, e chi si propone appunto di governarle, queste terre ‘nobili e disgraziate’.

Terra nobile e disgraziata si è mostrata Atella, e Sant’Arpino in particolare, per le note vicende che chi scrive ha spesso denunciato in passato.

Ora Sant’Arpino si appresta a vivere una nuova stagione, elettorale ed amministrativa. Porre il tema di come impedire, o comunque rendere più difficili nuove collusioni, nuove corruzioni, nuove infiltrazioni di imprenditori legati alla camorra è secondo me fondamentale. Rendere Sant’Arpino un paese ‘mafia-free’, libero da condizionamenti ed atteggiamenti camorristici, nei suoi luoghi istituzionali, deve essere uno degli argomenti principali da discutere in campagna elettorale.

Approccio ingegneristico, quindi: il problema è enorme, ma si può affrontare partendo da azioni basilari, quali ad esempio la rotazione degli incarichi pubblici (non lavorino sempre gli stessi professionisti, che possono trasformarsi in studi tecnici pigliatutto…), promuovere reali azioni di coinvolgimento attivo della cittadinanza su temi quali il bilancio o il PUC, che al di là delle parole restano strumenti in mano alla maggioranza di turno, spesso senza respiro o ampia visione della comunità, o ancora impedire a chi è stato condannato per reati contro la pubblica amministrazione di far parte, in qualsiasi modo, dell’agone politico (ad esempio, i candidati sindaci impongano che le associazioni, i partiti e le liste che li sosterranno non siano rette da personaggi discutibili o già condannati per reati contro la pubblica amministrazione).

Approccio pedagogico, poi: confronto continuo con realtà virtuose, che già hanno presentato programmi simili per la gestione della cosa pubblica, fare quindi rete con tali amministrazioni, e come puro strumento di conoscenza degli atti più importanti del Comune (gare di appalto di una certa consistenza, regolamenti, ecc..) sottoporre questi ultimi al giudizio di serie associazioni / fondazioni antimafia.

Ancora, pedagogicamente, organizzare incontri, convegni, discussioni, collaborare attivamente con realtà e protagonisti delle battaglie antimafia, che non si sono piegati ai ricatti. Imparare da loro, far conoscere questi esempi ai giovani delle scuole medie o delle superiori, immaginare una generazione di nuovi cittadini consapevoli e resistenti al fascino delle mafie e della corruzione è compito anche di chi amministra, secondo me. Di chi deve avere un’idea di società, un’idea di governo della polis, che non è semplicemente somma di interessi privati, ma progresso e sviluppo complessivo di un paese.

Sant’Arpino ‘mafia-free‘, quindi. Un paese finalmente libero. Da quel camorrismo imperante che fa passare un diritto per un piacere, che svilisce la dignità, che non si preoccupa dell’etica pubblica, che fa passare il devastante messaggio che tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera.

Non è così. Liberiamoci, finalmente.

Perdere. Per non perdersi.

In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare: a questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. È un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.

P.P.P.

Utilizzo – indegnamente – un pensiero di Pier Paolo Pasolini per cercare di dire ciò che penso sia utile affermare oggi, a poca distanza dalle elezioni amministrative della prossima primavera, a Sant’Arpino.

Non voglio qui ritornare a parlare di ciò che è stato, di cosa ha portato allo scioglimento anticipato delle consiliatura Di Santo, degli scandali, dei tanti lacché pronti a baciare – più o meno metaforicamente– mani poco pulite, di uomini indegnamente chiamati a rappresentare il mio paese, mostratisi alla prova dei fatti miseramente attaccati ad una poltrona più che alle loro idee o alla loro dignità, trovando forse impossibile, per loro natura, possedere entrambe.

Credo che sia ormai chiaro a tutti cosa sia successo , credo soprattutto che sia chiaro a tutti perché non ci sia stata quella rivolta civile ed istituzionale che avrebbe potuto portare Sant’Arpino a non essere il paese da barzelletta che oggi invece è. Ben descritta dalle parole dell’intellettuale friulano, Sant’Arpino è preda di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, è questa la gente che conta e occupa il potere. E non c’è possibilità alcuna di scalfire questo potere, se non accordandosi con esso.

Temo però che immaginare di risanare dall’interno una situazione tanto deteriorata significa diventare parte del problema, più che auspicabile soluzione.

Io penso che a Sant’Arpino serva una generazione politica perdente. Coraggiosamente, coscienziosamente e consapevolmente minoritaria.

Per come è ridotta la politica, per come è stata devastata questa parola nobile, soprattutto nei nostri comuni, dove i sindaci sembrano zar a cui tutto è concesso, dove i partiti hanno abbandonato più che altrove la funzione di formazione di classe dirigente e di legame col territorio, insomma proprio qui le persone che non intendono arrendersi devono cercare la sconfitta.

La ricerca della sconfitta è l’unico atto rivoluzionario oggi possibile.

Abbandonando ogni velleità di successo elettorale, abbandonando l’idea di riprodurre il già visto e sperimentato, abbandonando salvatori della patria o presunti tali, c’è bisogno dell’impegno e della visione di persone consapevoli di andare incontro ad un pesante insuccesso delle urne. E perciò totalmente libere di pensare alla Sant’Arpino dei prossimi dieci anni, agli spazi urbani da valorizzare, al recupero della nostra storia, ad un’amministrazione slegata da ogni rapporto con le camorre, quelle in colletto bianco e quelle con la pistola in mano.

Potranno proporre alla cittadinanza un nuovo modo di intendere la politica, una politica ‘ecologica‘, non inquinata dal dover vincere ad ogni costo.

Un gruppo di ‘alieni‘ che immagini una Sant’Arpino viva e vivibile, sveglia, non il dormitorio civile a cui gli ultimi anni di amministrazione l’hanno ridotta.

Un gruppo di ‘alieni’ consapevole degli interessi economici che orienteranno il voto dei ‘grandi elettori‘ santarpinesi, delle famiglie più influenti, dei trafficanti di consenso. Un gruppo di alieni non disposto ad accettare compromessi con chi in questi anni si è moralmente compromesso, prestando il fianco alla lunga e costante operazione di delegittimazione della politica nel nostro comune.

Coscienti che la stragrande maggioranza della popolazione si dividerà tra il non voto e il solito voto, sceglierà tra il divano e le promesse di favori più o meno grandi, più o meno fattibili, più o meno degradanti, più o meno indegni, servirà un atto di coraggio per non lasciarsi sopraffare dalla voglia di mollare.

Non sarà utile per cambiare concretamente qualcosa, nell’immediato. Vinceranno i soliti noti nascosti da altre facce, vinceranno coi soliti mezzi, faranno la solita campagna elettorale con le solite promesse e con la solita negazione della politica.

Ma la sconfitta sarà indispensabile per chi vuole resistere, per chi vuole restare cittadino degno di Sant’Arpino, per chiarire che c’è qualcuno che si interessa alla cosa pubblica non per averne un ritorno personale, ma per passione. Per sfuggire alla tentazione del ‘chi me lo fa fare, tanto nulla cambia‘. Nulla cambia. Ma forse si sarà smossa la speranza che qualcosa cambierà.

Perdere, infine. Per non perdersi.

Lettera ai giovani atellani

Cari ragazzi,

ho incontrato molti di voi in questa mia avventura della campagna elettorale, e mi avete sempre ascoltato col rispetto e l’empatia di chi riconosce all’altro l’impegno e la buona fede delle intenzioni. Siete stati per me una bellissima scoperta, per le scintille di cui è sparsa la nostra Atella. Mi avete fatto capire che nonostante tutto, la speranza nelle nostre terre non è morta, anche se hanno provato spesso ad ucciderla. Mi avete fatto capire che sognate di essere protagonisti, puliti, veri, curiosi, anche arrabbiati, preparati, intelligenti.

Avevo dei pregiudizi, lo ammetto. Pensavo spesso di dover parlare con uno che “portava il candidato x….”, o era “parente del politico y”, e che quindi mi avrebbe ascoltato con sufficienza, senza particolare attenzione. Invece ho scoperto di parlare sempre con persone libere da preconcetti mentali, da schematizzazioni, persone che mi hanno insegnato che la nostra Atella è viva.

C’è tanto lavoro da fare, qui. C’è da recuperare fiducia. C’è da immaginare il futuro.  Ma ci siete voi: voi che organizzate un forum, voi che parlate di cinema, di politica, di anarchia, di fumetti, voi che volete salvare il Parco Archeologico, voi che venite a vedere i beni confiscati alla camorra. Voi che presentate un libro. Voi che organizzate una mostra. Voi che non vi arrendete. Voi che sognate ancora, perché altrimenti è dura. Voi che sperate di non dover partire, o almeno di poter tornare, perché senza vedere gli amici in piazza si campa lo stesso, ma non è la stessa cosa.

E allora, cari ragazzi, vi chiedo soltanto una cosa, ora. Trovate il coraggio di non odiare la politica. Il coraggio di credere ancora che potete cambiare il mondo. Il coraggio di essere rivoluzionari. Il coraggio di non chiedere più “permesso”. Il coraggio di sfidare chi non vi vuole protagonisti ma eterni gregari. Qualcuno vi dirà che non avete esperienza, che non siete pronti, che è meglio se aspettate un altro po’. No, cari ragazzi. Non aspettate più. Ogni volta che vi capiterà l’occasione, dite la vostra, proponetevi, scendete nell’arena e combattete. Altrimenti i trafficanti di consenso vinceranno sempre. Altrimenti i prossimi sindaci dei nostri paesi potranno sempre dire che sono stati loro a portarvi là. Non permetteteglielo più. Andate in giro con le vostre facce belle, pulite, coraggiose, a dire che volete cambiare Sant’Arpino, o Succivo, o Orta, e fate capire a tutti che dietro di voi non c’è nessun ‘vecchio’, ma ci sono soltanto le vostre idee. Fate saltare gli schemi già preparati a tavolino. Ne avete le qualità, la possibilità. Siete una speranza. Una scintilla.

Non pensate mai più ‘ vabbé, meglio se aspetto, altrimenti mi brucio ’. Sono discorsi senza senso. Qualcuno l’ha detto a me prima che cominciassi questa avventura.

Chiedetevi soltanto cos’è che vi arde dentro, quale passione civile, quale voglia di riscatto per la vostra terra, i vostri amici, i vostri amori.

Salvate i nostri paesi. E’ compito vostro. Abbiamo assistito a degli scempi che non vale più la pena ricordare. Ora basta. Tocca a voi, ragazzi e ragazze col fuoco negli occhi. Non permettete a nessuno di rubarvi il futuro.

Grazie, per quanto sto imparando da voi.

Salvatore Legnante

Princìpi o responsabilità: Max Weber nella Sant’Arpino di Di Santo.

Nel suo libro “La politica come professione“, il filosofo tedesco Max Weber (1864 – 1920) distingueva due tipologie di approccio nell’agire politico: uno guidato dall’ “etica dei princìpi” ed un altro dall’ “etica della responsabilità“.

Semplificando, agire secondo i propri princìpi per il filosofo teutonico vuol dire vedere il mondo “come si vorrebbe che fosse”, seguendo quindi con convinzione estrema i propri ideali,e cercando di cambiare ciò che è possibile aspirando sempre all’impossibile.

Seguendo invece l’ “etica della responsabilità“, l’uomo politico ragiona vedendo il mondo così com’è, e intende portare il suo contributo tenendo conto della realtà circostante, abbandonando l’idealismo del primo approccio ma assumendosi appunto la responsabilità delle decisioni possibili nel contesto in cui si trova ad agire.

Può sembrare molto azzardato cercare di leggere le tristi vicende santarpinesi attraverso le lenti weberiane delle due distinte etiche. Di etica se ne trova infatti ben poca, in una situazione che vede un paese governato da un sindaco prima sospeso e poi – dopo aver patteggiato una condanna ad un anno e sei mesi per un reato legato alla sua azione amministrativa – tornato alla carica senza aver destato troppi sobbalzi nella maggioranza che lo sosteneva e continua a sostenerlo. La vicenda giudiziaria del sindaco Di Santo ancora non è conclusa, la Cassazione ha rinviato al 19 giugno la seduta prevista per lo scorso 19 febbraio, allungando l’anomalia (e l’agonia..) della guida amministrativa del paese atellano.

Ma personalmente credo che la vicenda politica sia stata ben chiara sin da subito. Un sindaco che viene intercettato mentre discute su un regalo costoso da ricevere da un imprenditore affinché quest’ultimo “lavori in prospettiva“, lasciando quasi intendere che è quella la modalità operativa da seguire per lavorare a Sant’Arpino, pone una questione morale e politica enorme, aldilà della vicenda giudiziaria. Un sindaco che tra l’altro in seguito a quanto successo non abbia trovato decente rassegnare le dimissioni, continua a porre sull’intera situazione un interrogativo totalmente politico.

Analizzando la reazione della maggioranza che sosteneva e in grandissima parte continua a sostenere Di Santo, e facendolo attraverso l’approccio delle due etiche weberiane, credo che si possa affermare che sia prevalsa del tutto l’etica della responsabilità.

Seguire i propri princìpi, e continuare a sostenere Di Santo, infatti, avrebbe significato giustificarne la condotta politica e farla propria, e cioè affermare de facto che in una situazione analoga loro si sarebbero comportati allo stesso modo. Personalmente, oltre a non aver alcun elemento per poterlo affermare, non lo credo neanche probabile.

Penso quindi che la maggioranza abbia cercato di perseguire una particolare etica della responsabilità: siamo alla guida di questo paese, eletti con questo sindaco, cerchiamo di fare qualcosa nelle condizioni date, anche a fronte di una vicenda scabrosa.

Credo che però il quasi totale appiattimento della maggioranza sulle posizioni del sindaco desti anche qualche sospetto: si potrebbe pensare che più di qualcuno non abbia preso una posizione netta, che abbia cercato di gestire la situazione, perché alla fin fine i voti li ha lui e se lo avesse abbandonato le aspirazioni politiche sarebbero state pressoché annullate.

Quella che perciò sento che sia davvero mancata è stata una terza etica, differente dalle due citate. L’etica del coraggio. Da parte della maggioranza che ha sostenuto Di Santo, è mancato il coraggio di una presa di posizione chiara: dire “Aspettiamo la magistratura”, come i primi volantini di Alleanza Democratica hanno continuamente ripetuto, ha voluto significare prendere tempo, attendere gli sviluppi, non chiarire se si era politicamente d’accordo su quanto il sindaco, nelle sue funzioni, aveva fatto. E’ mancato il coraggio anche quando qualche consigliere di maggioranza ha cercato di sfilarsi, ma non troppo. E’ uscito dalla Giunta ma non ha tolto il sostegno al sindaco. Non ha voluto più dirette responsabilità amministrative, cercando di marcare una distanza dal sindaco, ma nei fatti ha consentito a Di Santo di continuare a governare.

Da parte di costoro,sarebbe stato secondo me più coraggioso anche continuare ad appoggiare totalmente l’azione del sindaco, affermando nei fatti – come stanno facendo altri consiglieri di maggioranza – che il reato patteggiato dal sindaco, il suo modo di intendere la politica che quella vicenda ha portato alla luce, non sono atti talmente gravi da compromettere la sua azione amministrativa. E’ più coerente questa posizione, secondo me.

Più coerente e totalmente triste, però.

A Sant’Arpino un sindaco viene intercettato mentre chiede un braccialetto di diamanti ad un imprenditore. Patteggia un anno e sei mesi per induzione alla concussione.

I rappresentanti della maggioranza dei cittadini ritengono che sia opportuno che un personaggio del genere continui a governare il paese.

Alla fine, dopo tante parole, resta questo. E, ripeto, è totalmente triste.

“A Sant’Arpino il comune è un pronto soccorso”. Può e deve essere anche altro?

Non possiamo non dirci Greci. Anche noi atellani.

Sarebbe bello se ogni comune del Sud, nel nome dell’inscindibile legame mediterraneo che ci lega da quasi tremila anni al popolo greco, gli facesse sentire la nostra vicinanza, mentre l’Europa si sta rapidamente disfacendo delle sue radici più antiche.

Agorazein è un verbo del greco antico, pressoché intraducibile in italiano se non attraverso una perifrasi: significa all’ incirca “andare in piazza a vedere che si dice”. Agorazonta è il suo participio, ed indica il particolare modo di muoversi di colui che ‘pratica’ l’agorazein: non cammina seguendo una linea retta, sta con le mani dietro la schiena, si ferma ogni tanto a parlare ridere discutere con un amico o un semplice conoscente. L’ho scoperto leggendo I Presocratici, di De Crescenzo.

Non ce ne rendiamo conto, ma quando di domenica anche noi a Sant’Arpino “andiamo in piazza a vedere che si dice”, dobbiamo ai greci questa abitudine, per noi naturalissima.

Ed è stato proprio mentre praticavo la mia settimanale agorazein, qualche settimana fa, che mi sono fermato a parlare con uno dei maggiori esponenti della giunta comunale di Sant’Arpino.

La discussione è caduta sulle differenti opinioni che abbiamo sull’esperienza politica dell’amministrazione Di Santo, che potrebbe avvicinarsi alla conclusione se giovedì 19 febbraio la Cassazione rigetterà il ricorso presentato dal Sindaco di Sant’Arpino contro la condanna a 18 mesi che lo stesso primo cittadino ha patteggiato nelle aule giudiziarie. Condanna, è bene ricordarlo, scaturita dall’induzione alla concussione di cui è stato accusato Di Santo, intercettato mentre chiedeva un braccialetto di diamanti ad un imprenditore che doveva “lavorare in prospettiva” per assicurarsi anche per i prossimi anni l’appalto per la mensa scolastica.

Mettendo da parte l’aspetto giudiziario che ha comunque fortemente caratterizzato l’operato della giunta Di Santo, il dialogo tra me e il consigliere di maggioranza si è concentrato sul ruolo che può avere un sindaco e una giunta nel periodo che stiamo vivendo, in cui si sente forte il morso della crisi economica.

Non senza ragione, secondo me, il consigliere di maggioranza paragonava il Comune ad un pronto soccorso, che è chiamato ad occuparsi delle emergenze dei cittadini che si rivolgono agli amministratori in cerca di un intervento immediato.

Ricordando al consigliere che più che un pronto soccorso il comune di Sant’Arpino in certe occasioni è sembrato un Bancomat, gli ho risposto che anche in questi anni così difficili il ruolo di un’Amministrazione non può limitarsi a questo. Non può il comune abbandonare del tutto le politiche culturali, ad esempio.

Più che per l’episodio del braccialetto di diamanti, l’esperienza della giunta Di Santo mi resterà negativamente impressa per un episodio, probabilmente secondario, avvenuto durante la presentazione di un libro.

Un’associazione culturale presente sul territorio, infatti, organizzò lo scorso anno la presentazione del romanzo ‘Buio’, di Maurizio De Giovanni, scrittore noir capace di conquistare consenso di pubblico e critica ad ogni nuova uscita.

Lo scrittore arrivò con un po’ di ritardo, e la presentazione, che doveva tenersi a mezzogiorno, slittò di una mezzoretta.

Il saluto fu affidato all’allora sindaco facente funzioni, dato che il primo cittadino era agli arresti domiciliari. Noto tifoso granata, il facente funzioni pronunciò poche parole di circostanza e poi andò via dicendo che doveva andarsi a vedere la partita del suo Torino.

Ecco, quell’ episodio mi è rimasto impresso. Può sembrare ininfluente, ma invece credo che sia sintomatico di come siano state trattate le iniziative e le politiche culturali in tutta la gestione Di Santo.

Non se ne è mai data la pur minima importanza. L’assessorato alla Cultura è presto diventato terreno di scontro per sostenere la legittimità di ‘detenerlo’ da parte di chi aveva portato un certo numero di voti, ma non è mai stato al centro dell’azione della Giunta. Personalmente non ricordo un momento in un consiglio comunale in cui si sia discusso dell’importanza o della necessità di un evento culturale. Non ricordo una sola discussione portata avanti dall’ amministrazione sul recupero delle tradizioni atellane, sulle maschere, su Virgilio che in queste terre lesse il quarto libro delle Georgiche ad Augusto.

Mi chiedo se non è anche questo il ruolo di un’Amministrazione. Se non è anche questo ‘fare politica’. Se non è anche questo un modo per incidere concretamente sulla quotidianità dei propri concittadini.

Ogni consiglio comunale, secondo me, dovrebbe avere all’ordine del giorno un punto che riguardi la cultura. Sempre. Si dovrebbe aprire il consiglio comunale invitando un attore di teatro amatoriale di Sant’Arpino a leggere un testo inerente l’antica Atella. E si dovrebbero invitare le personalità di spicco a discutere nelle commissioni culturali. Si dovrebbe sentire sempre la loro voce. La voce del professore Limone, del professor Montesano, ad esempio. Sarebbe un modo per salvarsi dall’aridità di questi tempi, secondo me. Anche qui, anche a Sant’Arpino.

Di quella presentazione in realtà mi restò soprattutto altro. Mi restò la lezione stupenda che diede il professor Limone, che riuscì a farmi scoprire uno scrittore da me amatissimo sotto vari punti di vista. Riuscì a farmi leggere in modo diverso le varie sfaccettature della prosa di De Giovanni.

In poche parole, mi arricchì.

Un paese incantato.

In Sudamerica, al confine con la foresta amazzonica, c’è un paese incantato, ove una fitta nebbia di omertà ha coperto le coscienze dei cittadini che vivono come in una palude dei sentimenti. Da tempo in questo paese regna la calma partorita dalla liquefazione della coscienza civile: tutti vedono, tutti sanno, e nessuno si indigna di fronte alla tracotanza dei furfanti della palude. Tutto è corrotto, nulla è più pulito come prima, la truffa è una regola, il tradimento un vanto, la furbizia una virtù.

Chi prima strepitava ora tace. Si è spostato alla frontiera, là dove passa il confine del potere, in cerca di mercenari pronti a cambiare padrone.

Il paese è governato da un ex mercante che non venne cacciato dal tempio ed i suoi untori hanno saputo lavorare bene, i pozzi sono stati avvelenati dalle calunnie, in giro vi sono le carogne dell’onestà. Anche il tempo è corrotto, tutto torbidamente resta fermo pur scorrendo nella nebbia putrida che avvolge il borgo ed il potere gongola.

Nel sottobosco si incontrano finti nemici, ognuno pesca nel torbido il proprio piccolo tornaconto, nessuno si fida più di nessuno, come vecchie puttane consumate dal mestiere ognuno ha perso il pudore e non si vergognano di niente. Tutti restano immobili nel fango accumulato in anni di immonda politica.

Vecchi travestiti da giovani, nella penombra del potere, contano i mesi che mancano alla pensione del loro cervello ormai logorato da anni di prostituzione mentale.

Statue di gesso, raffiguranti gli antichi Dei, sono state poste dal boss locale in ogni angolo della palude, servono ad abbellire il potere ed aiutano gli spacciatori a nascondere meglio la droga. Quasi tutti gli abitanti abbrutiti da anni di mercimonio e finta religiosità sono pronti a stare con tutti o contro tutti con questa o quella bandiera, l’orgoglio è diventata una virtù sconosciuta.

Agrimensori dalla lingua biforcuta si vendono l’anima per continuare a guadagnare senza rischiare, nella palude resta difficile smentire le loro false misure, ma le palafitte a più piani costruite ai bordi del pantano provano la loro ingordigia. In quel paese, le ore scorrono piano, tutto accade lentamente, il tempo non ha valore, le luminarie natalizie annunciano il carnevale e uova di pasqua vengono distribuite fino a ferragosto perché tutto è finto, anche il tempo.

Bocche cucite da pacchi di pasta e spioni mascherati da poveri, controllano, nascosti fra le scaglie del basalto se qualcosa si muove nella vecchia piazza, mentre celati dietro al libro delle facce, giovani zucche vuote travolgono nel qualunquismo più becero ogni segno di speranza.

Esattori del potere sono il terrore della palude, riscuotono il pizzo per conto del padrone, travestiti da postini bussano alle capanne del paludoso paese chiedendo denaro in cambio di carte truccate dall’avidità del potere. Seppure amaramente tutti gli abitanti pagano il pizzo a questi banditi vestiti da esattori e poi invocano il giudizio divino per farli sprofondare nelle sabbie mobili.

Ex garzoni al potere che ignorano di essere ignoranti e credono che il governare la palude li istruisca, nella casa comune cercano di portare via gli ultimi gioielli, prima della tempesta che arriverà quando i rospi sputeranno la sentenza. La corruzione ha corroso anche le loro coscienze che al mercato dell’usato sono state vendute per un cellulare ad un ristoratore di tartarughe che abita nella valle dei pioppi.

Non esiste un ideale, perché non esiste un’idea, la virtù è morta e sepolta sotto chilometri di fango.

Anche giovani donne si nutrono di potere putrido, che le rende sepolcri imbiancati e spaventano anche la morte che abita il loro cervello nonostante il rossetto sulle labbra e la gonna dell’ultima moda.

Dei partiti c’è solo una larvata parodia, attori di terza categoria recitano in un ruolo in cui nemmeno loro credono, spostando le insegne come trofei di guerre. A furia di spostarsi da una sede all’altra, da un partito all’altro hanno dimenticato il colore ultimo della loro casacca. Truppe di giovani siedono al bar pronti a vendersi per una birra il proprio voto, aspettano l’ordine ed i dollari per le prossime elezioni.

Intorpidita da pettegolezzi, l’aria nauseabonda toglie il respiro, il fango accumulato blocca i movimenti mentre la puzza sale alle narici.

Giuseppe Dell’Aversana